
L’oro (XAU/USD) oscilla intorno alla soglia dei 4.000 dollari martedì, dopo aver registrato modesti guadagni all’inizio della settimana. Il metallo fatica a salire mentre il dollaro statunitense (USD) prosegue il rimbalzo dopo la recente debolezza, con gli operatori che riposizionano i portafogli in vista dell’annuncio di politica monetaria della Federal Reserve (Fed) di mercoledì. Al momento della stesura, XAU/USD scambia intorno a 4.012 dollari, mantenendosi sopra il minimo degli ultimi tre mesi di 3.975 dollari toccato la scorsa settimana.

L’indice del dollaro statunitense (DXY), che misura il valore del biglietto verde rispetto a un paniere di sei principali valute, sale ai massimi delle ultime due settimane sopra 102,00, dopo aver toccato 101,45 la scorsa settimana, il livello più basso dal 1° ottobre. Un dollaro statunitense più forte rende l’oro più costoso per gli acquirenti che utilizzano altre valute.
Gli strategist di ING osservano che il dollaro ha «trovato un buon sostegno all’inizio di questa settimana», poiché la stabilizzazione del clima di fiducia legato all’intelligenza artificiale ha consentito ai mercati di «tornare a concentrarsi sul più ampio contesto favorevole, caratterizzato da una Federal Reserve restrittiva e da prezzi energetici elevati». Aggiungono che «anche il posizionamento in vista del FOMC potrebbe iniziare a incidere», con il mercato dei cambi, orientato agli sviluppi futuri, che interpreta il «ribadito impegno del presidente Kevin Warsh nella lotta all’inflazione come un rafforzamento del sostegno strutturale al dollaro». ING conclude che, in linea con la propria precedente analisi in vista della riunione, «condivide questa lettura e si aspetta un dollaro complessivamente sostenuto questa settimana».
La banca centrale statunitense dovrebbe lasciare i tassi invariati dopo averli alzati di 25 punti base a settembre, portandoli al 3,75%-4,00%. Si è trattato del primo aumento dal 2023, deciso mentre il rincaro dei costi energetici legato alla guerra in Medio Oriente accresceva le pressioni inflazionistiche.
Con una pausa ampiamente attesa, gli operatori si concentreranno sul comunicato di politica monetaria e sulla conferenza stampa del presidente Kevin Warsh per cercare indicazioni sulla prossima mossa. Il diagramma a punti delle proiezioni sui tassi, aggiornato a settembre, indicava una previsione mediana del 4,1% sia per la fine del 2026 sia per la fine del 2027, segnalando un ulteriore rialzo di un quarto di punto quest’anno e nessuna variazione netta l’anno prossimo. In questo contesto, secondo lo strumento FedWatch di CME, gli operatori scontano una probabilità di circa l’80% di un altro rialzo dei tassi a dicembre.
Un messaggio restrittivo potrebbe esporre l’oro al rischio di una rottura duratura sotto i 4.000 dollari. Al contrario, l’enfasi sulla necessità di prendersi del tempo per valutare i nuovi dati potrebbe offrire un po’ di sollievo al metallo. Tuttavia, una ripresa più vigorosa potrebbe rimanere difficile finché l’inflazione resterà sopra l’obiettivo del 2% della Fed e gli elevati costi energetici minacceranno di mantenere alte le pressioni sui prezzi più a lungo. Sebbene l’oro sia spesso considerato una copertura contro l’inflazione, tassi di interesse più elevati aumentano il costo opportunità di detenere il metallo, che non genera rendimenti.
Il petrolio greggio West Texas Intermediate (WTI) scambia intorno a 101,50 dollari al barile, mentre gli operatori valutano gli sforzi diplomatici a fronte dei rischi per l’offerta. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno tenuto colloqui con funzionari iraniani a Teheran lunedì e i quattro Paesi hanno concordato di proseguire il dialogo. Tuttavia, i rischi per la sicurezza delle navi nello Stretto di Hormuz e gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita mantengono vive le preoccupazioni per l’offerta.

Sul grafico giornaliero, XAU/USD mantiene un orientamento ribassista nel breve termine, scambiando al di sotto delle medie mobili semplici (SMA) a 50, 100 e 200 giorni, una configurazione che lascia il controllo ai venditori. L’indice di forza relativa (RSI) a 35 segnala una debole spinta degli acquisti, mentre l’indicatore di convergenza e divergenza delle medie mobili (MACD) rimane in territorio negativo, suggerendo che la pressione ribassista persiste.
Al rialzo, la prima resistenza si trova in corrispondenza della SMA a 100 giorni, vicino a 4.219 dollari, seguita dalla SMA a 50 giorni a 4.288 dollari. Una ripresa più vigorosa potrebbe riportare l’attenzione sulla resistenza orizzontale a 4.400 dollari, prima della SMA a 200 giorni intorno a 4.504 dollari.
Al ribasso, la zona tra 4.000 e 3.950 dollari funge da supporto immediato: una sua rottura aprirebbe la strada a un ritracciamento più profondo, mentre i tentativi di recupero potrebbero incontrare difficoltà finché il prezzo resterà al di sotto del gruppo di medie mobili giornaliere.
(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)
La politica monetaria degli Stati Uniti è definita dalla Federal Reserve (Fed). La Fed ha un duplice mandato: conseguire la stabilità dei prezzi e promuovere la piena occupazione. Il suo principale strumento per raggiungere questi obiettivi è la modifica dei tassi di interesse. Quando i prezzi aumentano troppo rapidamente e l’inflazione supera l’obiettivo del 2% della Fed, la banca centrale alza i tassi di interesse, aumentando il costo del credito in tutta l’economia. Ciò rafforza il dollaro statunitense (USD), poiché rende gli Stati Uniti una destinazione più attraente per i capitali degli investitori internazionali. Quando l’inflazione scende sotto il 2% o il tasso di disoccupazione è troppo elevato, la Fed può abbassare i tassi di interesse per incentivare il ricorso al credito, una mossa che pesa sul biglietto verde.
La Federal Reserve (Fed) tiene otto riunioni di politica monetaria all’anno, durante le quali il Federal Open Market Committee (FOMC) valuta le condizioni economiche e prende le decisioni di politica monetaria. Alle riunioni del FOMC partecipano dodici esponenti della Fed: i sette membri del Consiglio dei governatori, il presidente della Federal Reserve Bank di New York e quattro dei restanti undici presidenti delle banche regionali della Federal Reserve, che ricoprono l’incarico per un anno a rotazione.
In situazioni estreme, la Federal Reserve può ricorrere a una politica denominata allentamento quantitativo (Quantitative Easing, QE). Il QE è il processo attraverso il quale la Fed aumenta in misura sostanziale il flusso di credito in un sistema finanziario bloccato. È una misura di politica monetaria non convenzionale utilizzata durante le crisi o quando l’inflazione è estremamente bassa. È stato lo strumento privilegiato dalla Fed durante la grande crisi finanziaria del 2008. Consiste nella creazione di nuovi dollari da parte della Fed, che li utilizza per acquistare obbligazioni di elevata qualità creditizia dagli istituti finanziari. Il QE solitamente indebolisce il dollaro statunitense.
La stretta quantitativa (Quantitative Tightening, QT) è il processo inverso del QE: la Federal Reserve smette di acquistare obbligazioni dagli istituti finanziari e non reinveste in nuove obbligazioni il capitale rimborsato alla scadenza dei titoli che detiene. Di solito ha un effetto positivo sul valore del dollaro statunitense.