Il dollaro neozelandese si indebolisce sotto 0,5600, in arrivo i dati USA sull’occupazione non agricola (NFP)

  • NZD/USD si indebolisce intorno a 0,5585 nella sessione asiatica di venerdì.
  • Il tasso di disoccupazione neozelandese è salito al 5,7% nel terzo trimestre, il livello più alto dal 2015.
  • Una vittoria dei Democratici in entrambe le camere del Congresso potrebbe spingere al ribasso i rendimenti dei Treasury e il dollaro statunitense.

La coppia NZD/USD subisce una certa pressione di vendita in prossimità di 0,5585 durante la sessione asiatica di venerdì. Il dollaro neozelandese (NZD) estende il calo nei confronti del dollaro statunitense (USD) a causa dei deboli dati sull’occupazione e dell’incertezza politica in Nuova Zelanda. Il rapporto sull’occupazione statunitense di settembre sarà al centro dell’attenzione nel corso della giornata.

TMGM Analysis: Financial Market News, Economic Calendar & Market Insights

I dati pubblicati da Statistics New Zealand all’inizio della settimana hanno mostrato che il tasso di disoccupazione è salito al 5,7% nei tre mesi conclusi a settembre, il livello più alto da quasi 11 anni. Il dato si confronta con il 5,6% del trimestre precedente ed è risultato superiore al 5,5% previsto dal consenso di mercato.

L’attenzione si sposterà sulle elezioni politiche neozelandesi di sabato. La coalizione di centrodestra guidata dal Partito Nazionale di Christopher Luxon è sottoposta a crescenti pressioni affinché dimostri che le sue politiche possono rilanciare la crescita e alleviare le difficoltà legate al costo della vita. Un sondaggio LPSOS diffuso all’inizio della settimana ha indicato l’inflazione e il costo della vita come la principale preoccupazione degli elettori in vista della sfida elettorale del 7 novembre.

Martedì i Democratici hanno conquistato la maggioranza sia al Senato sia alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, sottraendone il controllo ai Repubblicani. Il risultato ha segnato importanti vittorie in diverse roccaforti repubblicane per la prima volta da decenni, mentre decine di milioni di elettori hanno espresso una netta bocciatura del presidente Donald Trump.

La vittoria dei Democratici in entrambe le camere del Congresso ha trascinato al ribasso i prezzi del petrolio, alimentando le ipotesi che l’esito elettorale possa accelerare la fine della guerra con l’Iran, e ha spinto gli operatori a ridimensionare le scommesse sui rialzi dei tassi della Federal Reserve statunitense (Fed). Secondo lo strumento FedWatch del CME, i mercati scontano ora una probabilità di quasi il 70,9% che la Fed aumenti i tassi a dicembre.

La sorpresa della RBNZ tiene in allerta chi segue la RBA, mentre la Nuova Zelanda diverge dall’Australia

Gli strateghi di Rabobank osservano che «la decisione della RBNZ della scorsa settimana di lasciare invariati i tassi ha colto di sorpresa un mercato che scontava un rialzo» e ha «indotto a una riflessione approfondita in vista della decisione della RBA di questa settimana». Nella riunione di politica monetaria, la banca centrale ha sottolineato il quadro contrastante, osservando che, sebbene «l’inflazione annua dovrebbe salire al 4,4% nel trimestre di dicembre, in gran parte a causa dei carburanti», «la domanda interna rimane debole».

Rabobank mette a confronto il contesto macroeconomico sulle due sponde del mar di Tasman, sottolineando che «l’andamento dell’economia neozelandese è stato molto diverso da quello dell’Australia negli ultimi anni: la prima è uscita dalla recessione soltanto alla fine del 2024, per poi registrare una ripresa disomogenea lo scorso anno». Gli strateghi aggiungono che «sebbene nel primo trimestre del 2026 fossero emersi alcuni solidi segnali di ripresa in Nuova Zelanda, ciò è avvenuto prima degli ostacoli causati dalla guerra con l’Iran».

In questo contesto, Rabobank sostiene che «la sorpresa provocata dalla decisione di politica monetaria della RBNZ della scorsa settimana ha alimentato alcune preoccupazioni sui segnali che la governatrice della RBA Bullock potrebbe fornire questa settimana», con gli investitori che temono che un’altra banca centrale possa cogliere in contropiede un mercato posizionato per un’ulteriore stretta monetaria.

Barkin segnala una domanda solida e un’inflazione persistente, mantenendo vigili i rialzisti sul dollaro nonostante l’arretramento dell’indice del sentiment

Il discorso di Barkin ottiene un punteggio di 6/10 nell’FXS Speechtracker, sostanzialmente in linea con la media storica di 6,1/10, segnalando un tono stabile e moderatamente restrittivo. L’enfasi sulla solidità della domanda, sugli utili robusti, sulle pressioni diffuse sui costi e sulla necessità di trasferirle sui prezzi, insieme alla valutazione secondo cui è improbabile che l’inflazione acceleri o diminuisca, evidenzia un orientamento volto a mantenere una politica monetaria quantomeno neutrale o restrittiva. L’espressione «un approccio graduale ha senso» ne definisce il ritmo, piuttosto che la direzione. Le osservazioni secondo cui la domanda trainata dall’intelligenza artificiale e lo sviluppo delle relative infrastrutture stanno aggiungendo pressioni inflazionistiche nel breve termine, mentre l’inflazione resta il rischio principale, rafforzano un contesto in cui il dollaro è sostenuto dalle aspettative di una persistente fermezza monetaria, anche se il tasso di riferimento viene descritto come «all’incirca su un livello neutrale».

L’FXS Fed Sentiment Index è sceso di 0,31 punti a 144,92, indicando un modesto ridimensionamento del grado di restrittività percepito, pur rimanendo saldamente in territorio restrittivo. Nonostante il lieve calo, la combinazione di domanda solida, inflazione persistente e pressioni sui costi legate all’intelligenza artificiale fa sì che il livello dell’FXS Fed Sentiment Index, ben al di sopra di 100, continui a segnalare un orientamento di politica monetaria che dovrebbe sostenere il dollaro, mentre i mercati affinano le aspettative sul ritmo, piuttosto che sulla direzione, delle mosse future.

Chart Analysis NZD/USD


Analisi tecnica: NZD/USD mantiene un tono ribassista sotto la SMA a 100 giorni

Sul grafico giornaliero, NZD/USD mantiene un’impostazione ribassista nel breve termine, con le quotazioni a pronti al di sotto della media mobile semplice (SMA) a 100 giorni e della SMA centrale a 20 periodi delle bande di Bollinger. Il prezzo oscilla appena sopra il supporto della banda inferiore di Bollinger, evidenziando persistenti pressioni al ribasso, mentre l’indice di forza relativa (RSI) a 36 mostra soltanto un modesto recupero dalla zona di ipervenduto, suggerendo che la spinta delle vendite si sta attenuando, ma non si è ancora invertita.

Al rialzo, una prima resistenza si trova in corrispondenza della SMA centrale a 20 periodi delle bande di Bollinger, intorno a 0,5640, seguita dalla banda superiore a 0,5715 e poi dall’ostacolo più significativo della SMA a 100 giorni, vicino a 0,5755, dove una maggiore pressione di vendita potrebbe limitare i rimbalzi. Al ribasso, la banda inferiore di Bollinger a 0,5565 offre un supporto immediato; una rottura decisa al di sotto di questo livello aprirebbe probabilmente la strada a ulteriori perdite, mentre la sua tenuta manterrebbe la coppia in una fase di debole consolidamento all’interno di una struttura ribassista più ampia.

(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)

Domande frequenti sul dollaro neozelandese

Il dollaro neozelandese (NZD), noto anche come Kiwi, è una valuta ampiamente conosciuta e negoziata dagli investitori. Il suo valore è determinato principalmente dallo stato di salute dell’economia neozelandese e dalla politica della banca centrale del Paese. Esistono tuttavia alcune peculiarità che possono anch’esse muovere l’NZD. L’andamento dell’economia cinese tende a influenzare il Kiwi perché la Cina è il principale partner commerciale della Nuova Zelanda. Le notizie negative sull’economia cinese possono comportare una riduzione delle esportazioni neozelandesi verso il Paese, penalizzando l’economia e, di conseguenza, la sua valuta. Un altro fattore che influenza l’NZD è il prezzo dei prodotti lattiero-caseari, che rappresentano la principale voce delle esportazioni neozelandesi. Prezzi elevati di questi prodotti aumentano i ricavi delle esportazioni, contribuendo positivamente all’economia e quindi all’NZD.

La Reserve Bank of New Zealand (RBNZ) mira a raggiungere e mantenere un tasso di inflazione compreso tra l’1% e il 3% nel medio termine, puntando a mantenerlo vicino al valore centrale del 2%. A tal fine, la banca fissa un livello adeguato dei tassi di interesse. Quando l’inflazione è troppo alta, la RBNZ aumenta i tassi per raffreddare l’economia, ma questa mossa fa salire anche i rendimenti obbligazionari, rendendo più interessante per gli investitori investire nel Paese e sostenendo così l’NZD. Al contrario, tassi di interesse più bassi tendono a indebolire l’NZD. Anche il cosiddetto differenziale dei tassi, ossia il confronto tra i tassi neozelandesi, attuali o attesi, e quelli fissati dalla Federal Reserve statunitense, può svolgere un ruolo fondamentale nei movimenti della coppia NZD/USD.

Le pubblicazioni dei dati macroeconomici neozelandesi sono fondamentali per valutare lo stato dell’economia e possono influire sul valore del dollaro neozelandese (NZD). Un’economia solida, caratterizzata da una crescita sostenuta, bassa disoccupazione e un elevato livello di fiducia, è favorevole all’NZD. Una crescita economica sostenuta attira investimenti esteri e può incoraggiare la Reserve Bank of New Zealand ad aumentare i tassi di interesse, se tale forza economica si accompagna a un’inflazione elevata. Al contrario, se i dati economici sono deboli, è probabile che l’NZD si deprezzi.

Il dollaro neozelandese (NZD) tende a rafforzarsi nelle fasi di propensione al rischio, ossia quando gli investitori ritengono che i rischi complessivi di mercato siano contenuti e sono ottimisti sulla crescita. Ciò tende a favorire prospettive migliori per le materie prime e per le cosiddette «valute legate alle materie prime», come il Kiwi. Al contrario, l’NZD tende a indebolirsi nelle fasi di turbolenza dei mercati o di incertezza economica, poiché gli investitori tendono a vendere le attività più rischiose e a rifugiarsi in beni rifugio più stabili.