
La coppia EUR/USD scambia in territorio negativo intorno a 1,1210 nelle prime ore della sessione europea di venerdì. I timori sulla capacità della Francia di far fronte al suo enorme debito hanno penalizzato i titoli di Stato francesi ed esercitano una certa pressione di vendita sull’euro (EUR) nei confronti del dollaro statunitense (USD).

Il rendimento del titolo di Stato francese decennale di riferimento è salito di 6,5 punti base al 5,06%, dopo aver brevemente raggiunto il 5,1415%, il livello più alto da luglio 2002. Nel frattempo, lo spread rispetto ai Bund tedeschi si è ampliato a 177,7 punti base, il divario più elevato da novembre 2011, durante la crisi del debito dell’Eurozona, evidenziando le crescenti preoccupazioni degli investitori per le prospettive dei conti pubblici francesi.
Il governo francese ha promesso un significativo rafforzamento del dispositivo di sicurezza in vista di ulteriori proteste previste per sabato, con il previsto dispiegamento di militari a fianco di ulteriori forze di polizia.
«Lo stallo politico e la rabbia dell’opinione pubblica per l’elevato costo della vita rendono praticamente impossibile risanare le finanze pubbliche prima delle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno», ha dichiarato Elias Haddad, senior strategist dei mercati presso Brown Brothers Harriman & Co.
Secondo Reuters, la prossima settimana la Banca centrale europea (BCE) dovrebbe mantenere il tasso di riferimento al 2,5%, anche se un rialzo entro la fine dell’anno è ormai quasi interamente scontato dai mercati.
Gli analisti di Rabobank sostengono che «il ciclo di inasprimento monetario della BCE potrebbe non essere concluso, ma il prossimo rialzo dei tassi probabilmente non si concretizzerà questo mese», e si aspettano che la banca centrale «mantenga invariata la politica monetaria, lasciando il tasso sui depositi al 2,50%». Osservano che «i rischi per l’inflazione restano orientati al rialzo, ma non sono aumentati in misura significativa», mentre «le condizioni finanziarie più restrittive amplificano in parte gli effetti dei rialzi dei tassi della BCE», riducendo la necessità di ulteriori interventi immediati.
Rabobank ritiene che «finora la BCE abbia gestito bene i rischi per l’inflazione e la crescita derivanti dallo shock energetico. Ha inasprito la politica monetaria in modo proattivo, ma graduale». A suo avviso, «la persistenza dei rischi inflazionistici implica che la BCE mantenga questa traiettoria, e riteniamo che il prossimo, e ultimo, intervento arriverà a dicembre».
Per il momento, la banca non ravvisa «alcun motivo convincente per accelerare il ritmo dei rialzi». Sottolinea che «non vi sono ancora prove che l’inflazione stia diventando più diffusa e radicata», anche se «alcuni esponenti della BCE sosterranno che non si possono attendere prove chiare di effetti di secondo impatto, perché una volta avviate queste dinamiche sarebbe necessario intervenire con maggiore forza».
In questo contesto, Rabobank conclude che «gli sviluppi sui mercati finanziari consentono e al tempo stesso impongono alla BCE di prendersi più tempo per valutare i prossimi passi». Gli analisti «non ritengono che il recente inasprimento delle condizioni finanziarie sia abbastanza marcato da impedire un altro rialzo dei tassi», ma avvertono che «le aspettative del mercato di altri tre rialzi sembrano ancora aggressive, non da ultimo perché effetti base favorevoli dovrebbero attenuare l’inflazione energetica all’inizio del 2027».
Il discorso del presidente della Fed Warsh ottiene un punteggio di 5,6/10 sull’FXS Speechtracker, leggermente inferiore alla media storica di 6,1/10, segnalando un messaggio un po’ meno incisivo ma ancora sostanzialmente coerente con il quadro di riferimento consolidato. L’ammissione di essere rimasto «eccessivamente segnato» dalla crisi finanziaria globale evidenzia un orientamento prudente, anche se Warsh mette in risalto la crescita strutturale e il boom degli investimenti trainato da «politiche valide». Sottolinea inoltre che le prossime riunioni di ottobre e dicembre «cristallizzeranno» le decisioni relative a produzione, occupazione e inflazione, senza impegnarsi preventivamente su un percorso di politica monetaria. L’attenzione di Warsh all’intelligenza artificiale, vista sia come fattore di stimolo della domanda con effetti incerti sull’occupazione nel breve periodo, sia come strumento per migliorare i dati e la politica monetaria, aggiunge un tono lungimirante e consapevole dei rischi che tempera l’ottimismo sul boom degli investimenti.
L’FXS Fed Sentiment Index è rimasto invariato, con una variazione di 0,00 punti, a quota 127,51, mantenendo l’orientamento complessivo saldamente favorevole a una politica monetaria restrittiva nonostante il punteggio leggermente più moderato dell’FXS Speechtracker. La lettura stabile ed elevata dell’indice suggerisce che i mercati continuano a interpretare l’enfasi di Warsh sulla stabilità dei prezzi, sulla crescita strutturale e sul boom degli investimenti come coerente con una propensione a una politica più restrittiva, mentre la Fed valuta i rischi estremi legati all’IA e alla stabilità finanziaria.
Sul grafico giornaliero, EUR/USD mantiene un orientamento ribassista nel breve termine, poiché il cambio a pronti resta al di sotto della media mobile semplice (SMA) a 100 giorni e della banda centrale di Bollinger. Il prezzo si mantiene nella metà inferiore del canale delle bande di Bollinger, mentre l’indice di forza relativa (RSI) a 14 periodi, intorno a 38, resta sotto la linea neutrale di 50, suggerendo il persistere di pressioni al ribasso anziché una ripresa immediata.
Al rialzo, la resistenza iniziale si trova in corrispondenza della banda centrale di Bollinger, vicino a 1,1235, prima di un ostacolo più solido sulla banda superiore di Bollinger, intorno a 1,13445. Ulteriori acquisti oltre questo livello potrebbero favorire un rialzo verso la SMA a 100 giorni a 1,1451, che rafforza una più ampia zona di offerta a livelli superiori.
Al ribasso, il minimo del 19 ottobre a 1,1185 funge da supporto iniziale per la coppia, seguito dal limite inferiore delle bande di Bollinger a 1,1125. Una netta rottura al di sotto di quest’area aprirebbe la strada al livello di 1,0951 del 12 maggio 2025.
(L’analisi tecnica di questo articolo è stata redatta con l’ausilio di uno strumento di intelligenza artificiale. Scopri di più.)
L’euro è la valuta dei 20 Paesi dell’Unione europea che fanno parte dell’Eurozona. È la seconda valuta più scambiata al mondo dopo il dollaro statunitense. Nel 2022 rappresentava il 31% di tutte le transazioni sul mercato dei cambi, con un volume medio giornaliero di oltre 2.200 miliardi di dollari. EUR/USD è la coppia valutaria più scambiata al mondo, con una quota stimata del 30% di tutte le transazioni, seguita da EUR/JPY (4%), EUR/GBP (3%) ed EUR/AUD (2%).
La Banca centrale europea (BCE), con sede a Francoforte, in Germania, è la banca centrale dell’Eurozona. La BCE stabilisce i tassi di interesse e gestisce la politica monetaria. Il mandato principale della BCE è mantenere la stabilità dei prezzi, il che significa controllare l’inflazione o stimolare la crescita. Il suo strumento principale consiste nell’aumentare o ridurre i tassi di interesse. Tassi relativamente elevati, o l’aspettativa di tassi più alti, tendono a favorire l’euro e viceversa. Il Consiglio direttivo della BCE prende le decisioni di politica monetaria nel corso di riunioni che si tengono otto volte l’anno. Le decisioni sono adottate dai governatori delle banche centrali nazionali dell’Eurozona e da sei membri permanenti, tra cui la presidente della BCE, Christine Lagarde.
I dati sull’inflazione dell’Eurozona, misurata dall’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IAPC), rappresentano un importante indicatore economico per l’euro. Se l’inflazione aumenta più del previsto, soprattutto se supera l’obiettivo del 2% della BCE, costringe la banca centrale ad alzare i tassi di interesse per riportarla sotto controllo. Tassi di interesse relativamente elevati rispetto a quelli delle altre economie tendono a favorire l’euro, poiché rendono l’area più attraente per gli investitori internazionali che cercano dove collocare i propri capitali.
I dati pubblicati misurano lo stato di salute dell’economia e possono incidere sull’euro. Indicatori come il PIL, gli indici PMI manifatturiero e dei servizi, l’occupazione e le indagini sulla fiducia dei consumatori possono influenzare l’andamento della moneta unica. Un’economia solida favorisce l’euro. Non solo attira più investimenti esteri, ma può anche incoraggiare la BCE ad aumentare i tassi di interesse, rafforzando direttamente la valuta. Al contrario, se i dati economici sono deboli, è probabile che l’euro si deprezzi. I dati economici delle quattro maggiori economie dell’area euro (Germania, Francia, Italia e Spagna) sono particolarmente significativi, poiché questi Paesi rappresentano il 75% dell’economia dell’Eurozona.
Un altro dato rilevante per l’euro è quello sulla bilancia commerciale. Questo indicatore misura la differenza tra quanto un Paese ricava dalle esportazioni e quanto spende per le importazioni in un determinato periodo. Se un Paese produce beni molto richiesti all’estero, la sua valuta si apprezzerà per effetto della sola domanda aggiuntiva generata dagli acquirenti stranieri che desiderano acquistare tali beni. Pertanto, un saldo commerciale positivo rafforza una valuta, mentre un saldo negativo produce l’effetto opposto.